Aragosta alla piastra

Passo e chiudo.

Chi prima dorme poi si sveglia. Quelli che sembravano svegli, ora dormono. The Lobster e un’aragosta che se la vive male. Ma poi è un bene. Cresce in un guscio troppo stretto, limitata da se stessa, tanto molle quanto dura. Lei impara dalle sue condizioni precarie e non smette mai di crescere per tutta la vita.

Qualcosa di rosso, amore o sofferenza. Nella notte, tocca pungente le dita dei piedi fino ad arrivare alle cervella. Guancia destra che affonda nascosta dai capelli sciolti su un cuscino. Corazza in una carrozza trainata da canti di sirena. Io mi ricordo di quei momenti in cui fingevo di vivere in un videoclip anni 90′, con lo sguardo fuori dal finestrino di una vecchia Fiat Uno. Silenzi naïf. Il giubbotto che ancora non tolgo appena entro in casa.

“Non ti spogli?”

“Un po’ prematuro, non credi?”

Mi sono innamorata di quel pensiero. L’esame di cui non vai fiero, non paragonabile a quello che sostengo ogni giorno. Brief scomodo: il candidato rimanga a galla nelle profondità del suo inconscio. Screenshot. La pubblicità senza audio assomiglia a delle persone che conosco, nessuno più è veniale in un’eleganza conviviale: impugnare il flacone e introdurre delicatamente la cannula nel retto.

“Ma sta roba è piccantissima”. I superlativi assoluti non mi piacciono. Le unghie si mangiano perché rilasciano un sottile piacere nello sfilare via qualche strato, poi si perdono tra i denti come saliva che ci si passa, come bollicine recuperate da un calice di vino bianco. L’Italia e gli aperitivi. Gli aperitivi in Italia, nel tagliere trovi sempre qualcosa di piccante. La paprika nel barattolo mi fa pensare ad un deserto rosso, se ci entro mi sento intrappolata in una clessidra, correre ed inciampare, correre per raggiungere una parete di vetro: “Liberami!” Mi ricorda la scena del bacio tra Jasmine e Jafar.

“La notte ti vengo a cercare.” Ok, ma non rimuovere gli elastici che bloccano le chele dell’animale. L’aragosta ha una forza considerevole e sarà meglio evitare di farsi male entrandovi in contatto. Afferrala dalla coda mentre la immergi nell’acqua bollente. Infila l’aragosta nella pentola partendo dalla testa. Cerca di immergere l’animale il più in fretta possibile. Dopo otto minuti di cottura, lasciala raffreddare e con un colpo secco tagliala in due lungo il dorso. Mettila sulla piastra con il guscio rivolto verso il basso. Ungi la polpa con olio, succo di limone, sale e pepe bianco e dopo cinque minuti rigirala.

Servi ben calda, in un vassoio con coperchio acquistato su Amazon a 39,90 €.

Chiudo e passo.

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Oggi, duemiladodici.

Guardavo lui e dimenticavo il mio ruolo. Parlavamo in silenzio, del silenzio e di tanto altro. “Ruolo. Ma quale ruolo? Le etichette non fanno per noi.” Sorridevo come si sorride davanti ad un complice, nel posto sbagliato al momento giusto.

“…Precisamente tra diciotto anni i pianeti si allineeranno senza affanni…”

Quest’estate il sole calava velocemente per farmi correre, ed io, ero trafitta dalla luce che passava attraverso gli alberi di quel viale. Cinque km di pensieri fluidi. Storta al piede sinistro, ho visto quel movimento riprodursi ad una velocità più lenta del reale. Provavo solo a superare me stessa.

“Perché sei sempre triste?”

“Ci sono sorrisi che non parlano di felicità. Ci sono sorrisi tristi che a me piacciono. Qualcuno sa indossarli bene, io sono così.”

Torino-Montréal da €506. Prima non l’avrei mangiato nemmeno sotto pagamento, C’est juste une question de gouter différemment. “Quella t-shirt la vuoi? Tanto ormai ha perso colore, prendila tu, altrimenti io la uso come pigiama.” Le cose sbiadiscono e questo ci da un motivo per metterle da parte, tipo lettere d’amore, tipo chat di WhatsApp archiviate.

Noi siamo solo semplici persone, ma quando lui saliva lì sopra aveva già vinto. Era il suo palcoscenico, combatteva per sé, combatteva per me. Google Maps e “dove ti piacerebbe andare?” Voleva vivere in bermuda, con il sole sugli occhiali neri, la birra fredda e quei pacchetti di sigarette che gli scroccavo. Ubriaco e geloso. L’odore di canfora penetrava dai buchi di quei sedili in Alcantara. Mi ricordavano certe costellazioni che avevamo inventato. Le notti in cui faceva troppo caldo e facevamo troppo tardi, raccontavano di quanto ero la sua spalla. Con questa gireremo il mondo. Gira, punta il dito sul mappamondo, si ferma e poi casca, K.O. Fine dei giochi, fine del mondo. Il fine giustifica i mezzi, diceva.

3 gennaio: nei calendari lunari asiatici inizia l’anno del dragone.

4 marzo: Vladimir Putin viene rieletto in Russia.

13 aprile: Kwangmyŏngsŏng-3, un satellite d’osservazione nordcoreano, esplode in volo subito dopo il lancio, la comunità internazionale condanna la Corea del Nord.

2 maggio: una versione de L’urlo di Edvard Munch realizzata in pastello viene venduta all’asta a New York per la cifra di 120 milioni di dollari, stabilendo un nuovo record mondiale per un’opera d’arte venduta all’asta.

5 giugno: secondo ed ultimo transito solare, in questo secolo, del pianeta Venere.

30 ottobre: La LucasFilm (la major che produsse “Guerre stellari”) è acquisita dalla Disney per 4 miliardi di dollari.

“…Ma un piccolo monito giunge infine…” 

3 dicembre: allineamento di Mercurio, Venere e Saturno. Quell’inverno la neve cadeva velocemente per non farmi correre, ed io, ero trafitta dal gelo che saliva dall’asfalto di quella strada. Cinque passi di pensieri nervosi. Storta al piede destro, ho visto quel movimento riprodursi ad una velocità più veloce del reale. All’epoca, provavo solo a superare lui.

Banchi di nebbia

Non è mai tempo di nebbia.

Non si vede niente, allora l’istinto si fa strada attraverso la mano, toccando quella scala di grigi dall’umidità appiccicosa, quella che appanna qualsiasi canzone che passa in radio.

“Guarda che alla fine la nebbia ce l’abbiamo dentro.” Io la traduco come un piacere sottile, strisciante e non troppo felice, ma che in qualche modo fa stare male quanto fa stare bene. Controverso, come il cartello che hanno montato per segnalare il paese in cui vivo.

Piove e sono senza cappuccio. Cado scivolando su una pozza e mi sbuccio. Guidare in una notte fredda, in tangenziale tra banchi di nebbia. Erano meglio i banchi di scuola, lì i colpi di sonno erano frequenti ed ammessi. Poi però non ero ammessa io, latino insufficiente, ma alla fine cogito ergo sum e de gustibus non est disputandum, per una vita sufficientemente buona . Se gli occhi sono lo specchio dell’anima allora io ho la congiuntivite.

Mi sa che oggi è tempo di nebbia.

Cose da nottambuli

“Dai, dormi con noi questa notte.”

Offesa. Sono giorni che lei è così. Prende il suo cavallo viola, quello dalla criniera rosa, lo accarezza facendolo trottare sulle tende, sulla scrivania, per poi metterlo a dormire in una mia scarpa.

Tornando dall’università, trovo trappole minuziose. Costruite con ingegno e con l’intento di farmi inciampare. Sono opere architettoniche formate da fili tesi, intrecciati tra di loro, accompagnati da piccoli zuccherini colorati, buttati a terra. Ci sono anche delle coccinelle di legno grandi quanto l’unghia di un mignolo, il suo.

Talloni morbidi sobbalzano sul marmo freddo. “Ale, non correre che è tardi.” Il nostro tardi è veramente tardi, vista l’inclinazione della mia famiglia ad essere nottambuli anarchici. La tv è sempre troppo alta, la torta si cuoce verso le 23:30 e l’asciugatrice finisce all’ 1:00.

Alessia ogni sera, sempre la stessa storia: a toni alti e con piede di guerra vuole fare la lotta. Mani in posizione Karate kid, lo sguardo basso e quei capelli lunghi che offuscano l’espressione di sfida. Lei si esprime così, un secondo forse due ed è pronta all’attacco. Quattro anni e una forza che recupera dal suo piccolo mondo fatto di energia rinnovabile. Mi dice che “mi fa stacco” perché quando torno a casa devo sempre studiare e non posso giocare con lei. Poi ha sentito del mio progetto che prevede la partenza per il Canada, quindi adesso io “sono solo brava ad andarmene.” Conquistare qualcuno non è facile, ma riconquistarlo è ancora più difficile. Abbiamo comprato un letto matrimoniale a soppalco, in quel letto non ci dorme mai nessuno, ma è diventato il suo tempio indiscusso. Lei si sente una musa, attorniata da pupazzi dai nomi assurdi.

“Ale, posso giocare con te?”

“No! Vai via.”

“Dai Ale, perché mi rispondi così?”

“Nene, lasciami in pace.”

“Quindi non vuoi fare la guerra? Va beh…comunque peccato, io avevo due personaggi molto belli che non hai mai conosciuto. Loro potrebbero cavalcare i tuoi cavalli.”

Il suo stupore si fa notare dagli occhi sgranati e la bocca aperta. Ma ancora non mi accetta, niente da fare.

“Ok, allora vado a dormire.”

Dopo mezzo secondo: “Iiiiiih!”

“Ho sentito un cavallo o sbaglio?”

Quella furba sta lì seduta, mi guarda dall’alto al basso con le braccia conserte e l’aria di superiorità: “Tu e i tuoi personaggi potete salire qua sopra solo se mi portate delle caramelle gommose, una scarpetta azzurra e la spazzola piccola.”

“Agli ordini Musa.”

Con i personaggi tra le mani, inizio a girare per casa cercando tutto il materiale richiesto: trovo una caramella gialla e una rossa, la scarpetta azzurra, ma la spazzola piccola non è al suo posto. Pensa, pensa…la cesta dei giochi! Trovata! Quindi corro in camera, piede sul primo scalino di legno, lei non molla e rimane a fissarmi con la stessa faccia di chi lavora alle dogane, la stessa di chi non si fida e ti sfida. 

Speranzosa tiro fuori il malloppo.

“Ok sorella, per questa volta puoi salire.” 

Ti odio e ti amo

Tanto si giudica da sola, mezza nuda in una mezza notte, di una mezza stagione; in quelle lenzuola piene di briciole che prova a sbattere via, ma che si incollano sul suo corpo sudato. Pensa che qualcuno goda dei suoi insuccessi, così per sfida, prova a togliere tutti quei pezzi di fallimenti. Stuzzicadenti.

Mi dice che non vuole solo brillare, lei sente di svoltare, vuole scoppiare tipo scintilla, ama giocare e spesso prova a bestemmiare. Passa molte sere a leggere riviste straniere, ma si ritrova a guardare mille serie, che non finisce mai e che dimentica in fretta. Accende la tv, apre il frigo quasi vuoto e trova del tiramisù. Déjà vu.

Il ginocchio le fa male, ormai da un pezzo. Disdice ogni visita medica, dice che non si fida della gente che la giudica. Entra nel bar sotto casa, sorpassa il bancone, varca la porta con il cartello arancione: Off limits.“Qualcosa di forte.” Spritz.

Vuole solo felpe con tasche larghe, per rovistarci dentro, tipo guance del criceto con i semi di girasole. Respira gas incolore, mentre io guardo il mondo attraverso il suo dilatatore. Oblò. Le sue dita affondano tra cuffie bianche, consumate, ormai gialle. Carte di caramelle al limone e del tabacco secco da recuperare. Pueblo.

E non apre mai le finestre dopo la notte, le verdure le fa sempre scotte, invita gente sconosciuta e offre roba scaduta. Ma poi sorride quando tutto va storto, mi prende in braccio dandomi conforto. Risorto.

Lei è un accento, un accanimento senza tempo. “Non lo so, ma sento che accade e mi tormento“.

Caffè nero.

Le luci basse, la cena finita e l’odore di fumo.

“Senza zucchero, grazie.

Il cucchiaino lo voglio ugualmente però, mi piace girare il caffè.

Potresti aprire la finestra, per favore? Deve entrare Mr. Blues.”

Si muoveva seducente, pronto ad attirare qualsiasi attenzione. Sensuale e identico alla cera che colava lenta sul parquet. Ballava a ritmo di vita, si sapeva comportare ed era l’unico che voleva farsi vedere.

C’era una volta Mr. Blues, completamente nero. Fu un gusto molto amaro quello.

“I’m talkin’ to the shadow
One o’clock till four
And Lord, how slow the moments go
And all I do is pour
Black coffee
Since the blues caught my eye
I’m hangin’ out on Monday
My Sunday dreams to dry.”

Ipnotizzava la gente mentre sorseggiava del Patròn. Prima di entrare dalle finestre raccoglieva le piante, quelle sui balconi, piene di smog; le arrotolava in piccoli pezzi di carta e le fumava mentre muoveva i suoi fianchi. Da lento a veloce, da lento a più lento, per poi fermarsi come la cenere che si appoggia sul pavimento. Ah Mr. Blues! Che la notte appariva irriverente, si svuotava le tasche e dava spettacolo sulle tovaglie di sconosciuti, in case a numeri pari.

“Passami quelle caramelle gommose.

Mr. Blues le apprezza perché gli ricordano le meduse nel mare, quelle che pulsano a ritmo di un tamburo voodoo.

Mr. Blues lo sfrontato, lui compare e scompare nel tempo di un caffè nero.”

 

L’isola delle canaglie

“Aspettiamo un figlio.”

“Come un figlio? Cioè mi state dicendo che io aspetto una sorella o un fratello, ma come è successo?”

“Irene non pensavamo, a diciotto anni, di doverti spiegare come accadono queste cose.”

“Ma no dai!! Nel senso, che avete 40 anni siete fuori! Sono troppo contenta! Giorgia, mamma diventa mamma un’altra volta!”

Quel corpo troppo fragile mi suggeriva di imparare nuove canzoni per notti bianche e di guardare meglio i cartoni animati mentre si scende a compromessi. Si vedeva già che lei era testarda, nei pomeriggi passati a crescere insieme: in casa, in cortile, tra la merenda nel letto e nelle pagine strappate di un mio libro. Sentirti nelle chiamate tra pollice e mignolo, mignolo come le nostre piccole ma grandi promesse. “Più stringi forte il dito, più la promessa ha valore.” Piedi scalzi, troppo freddi e in punta per non fare rumore, le scarpe al contrario, passi avanti. Atterrata nelle mie mani usate per carezze timide e per ritagliare cartoncini colorati pieni di colla. Trovarsi per perdersi e cercarsi tra numeri disordinati, giochiamo a nascondino con una benda sull’occhio.

“Giochiamo a mosca cieca. Tu fai la mosca e io la cieca!”

Tonalità di giallo scuro, rosa e blu, il balcone sorvolato da rondini che fingiamo siano gabbiani e tu che urli e ti sbracci come se loro potessero sentirti. Loro ti ascoltano.

“Ale, dammi un bacio!” 

“No Nene, abbiamo il nostro saluto, ricordi?”

“Che canaglia che sei!”

Manifestazioni d’amore.

La terra, lo smalto, la musica e le coincidenze, per quando decidi di lamentarti in capricci assordanti. I vestiti che non vuoi mettere, quelli estivi che vuoi indossare in inverno e quelli invernali che sostieni stiano meglio in estate.

“Ma Nene, perché si chiamano titoli di coda? Non hanno mica la coda!”

Quando ho guardato quegli occhi ho capito che ci saremmo ritrovate il mondo ai piedi, i nostri che sono sempre scalzi ma consapevoli. Qualcosa che ci mette sullo stesso piano, qualcosa come i punti di domanda frequenti, che ci piace frequentare tipo storia d’amore autentica. Nel parco giochi dietro casa bisogna avere un paio di scarpe comode per perdere il tempo di vista, qui possiamo giocare quanto vuoi sopra una melodia di pianoforte e tu se riesci prova a prendermi.

“Nene giochiamo insieme? Mi fai usare le tue cose? Me lo regali quando divento grande? Mi fai vedere cosa fai? Perché studi ancora? Mi compri quello? Combattiamo! Posso mangiare il riso giallo? Perché i cani non parlano? Perché devo andare a scuola? Voglio mamma! Mettimi la musica che ballo, guarda come ballo, Nene guarda come ballo bene. Yohohooo! Issate le vele.”

“Ale dai, andiamo a dormire, è difficile solcare i mari di notte.”