L’uomo di default

Dopo una serata passata insieme:

“Il tuo profumo mi è rimasto sui vestiti, non voglio più toglierli.”

–Cane da fiuto.

Quella sera ballava tra note troppo alte e veloci. La pioggia cadeva sul suo cappotto nuovo che non voleva portare in tintoria e i pensieri risultavano più scombinati dei suoi capelli. I sorrisi strusciavano vicino a panchine sulle quali non ci si poteva sedere. Il mio sguardo cadde su di lui più volte e per tante altre, lo immaginai sdraiato sul letto, quello di un’ipotetica casa disordinata con i piatti ancora da fare, perché quelli di plastica sono finiti. Le tende, sempre le stesse e i quadri che cambia ogni mese perché trova che siano vecchi ed é sicuro che può fare di meglio. La barba incolta, i calzini spaiati e i denti superiori che mordono il labbro inferiore, carnoso come non mai, come quella sera al parcheggio del Carrefour: “Questo è il pompino migliore che io abbia mai ricevuto.” Amen!

Passare anni per poi “Non volevo ferirti.” Comprare un cane, comprare un gatto, comprare qualcosa che ci si può permettere come le vacanze italiane o quelle europee e poi finire a casa della nonna.

“Io lo sapevo e ora chi guarda gli animali?”  Sapeva di tono saccente. Quella volta: “Minchia ma tu sei malata! Hai un culo pazzesco e le tue labbra mi mandano fuori.” Sapore di ipocrita iterativo. Sei ingrassata troppo, sei dimagrita tanto. “Chiedi a tua mamma come si cucina. Altrimenti questa sera cena fuori, ma niente roba etnica che poi mi rimane sullo stomaco.” 

La musica classica di Camille Saint-Saëns e lo spreco di acqua:“Fai finta di essere in Sicilia!” Nella mia testa la sigla del suo cartone animato preferito, il suo corpo che quella sera sputava una luce dissacrante e le vene del suo braccio che scendevano pulsanti fino alle nocche della mano.

Qui si parla di investimento sentimentale dal: “Tra noi c’è un’intesa particolare” al: “Tutto intorno a te.”

Entrare nel bagno e non trovare la schiuma da barba, notare che ha rubato la lametta e incazzarsi perché anche il deodorante è in comune. I ricordi ingenui dell’asfalto rovente, che scorre sotto le ruote di vecchie biciclette e i pantaloni corti, quelli che ci si presta per non ridarsi più, quelli adatti a sbucciarsi le ginocchia: “Ma guarda che non mi sono dimenticato!” Amici come prima. Giocare a nascondino tra il: “Non voglio perderti” ed il: “Era meglio non trovarti.” Che poi lui è uno riservato ma espansivo, a conferma di un sottile bipolarismo congenito. Le convenzioni sociali “Con te non ho maschere.” Grazie al cielo, pensavo fossi un ragazzo abbastanza alla moda, con uno spiccato senso dell’umorismo, che guarda Netflix e pensa che Zanzibar sia il posto migliore dove trascorrere la luna di miele.

I tempi dell’età moderna, quelli del: “Mi fai sorridere come uno scemo.” 

Giullare di corte da tono servile: “Scendi mio amore, che sono sotto ad attendere.”

“Adesso aspetti, mi prendo almeno dieci minuti.”

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