L’isola delle canaglie

“Aspettiamo un figlio.”

“Come un figlio? Cioè mi state dicendo che io aspetto una sorella o un fratello, ma come è successo?”

“Irene non pensavamo, a diciotto anni, di doverti spiegare come accadono queste cose.”

“Ma no dai!! Nel senso, che avete 40 anni siete fuori! Sono troppo contenta! Giorgia, mamma diventa mamma un’altra volta!”

Quel corpo troppo fragile mi suggeriva di imparare nuove canzoni per notti bianche e di guardare meglio i cartoni animati mentre si scende a compromessi. Si vedeva già che lei era testarda, nei pomeriggi passati a crescere insieme: in casa, in cortile, tra la merenda nel letto e nelle pagine strappate di un mio libro. Sentirti nelle chiamate tra pollice e mignolo, mignolo come le nostre piccole ma grandi promesse. “Più stringi forte il dito, più la promessa ha valore.” Piedi scalzi, troppo freddi e in punta per non fare rumore, le scarpe al contrario, passi avanti. Atterrata nelle mie mani usate per carezze timide e per ritagliare cartoncini colorati pieni di colla. Trovarsi per perdersi e cercarsi tra numeri disordinati, giochiamo a nascondino con una benda sull’occhio.

“Giochiamo a mosca cieca. Tu fai la mosca e io la cieca!”

Tonalità di giallo scuro, rosa e blu, il balcone sorvolato da rondini che fingiamo siano gabbiani e tu che urli e ti sbracci come se loro potessero sentirti. Loro ti ascoltano.

“Ale, dammi un bacio!” 

“No Nene, abbiamo il nostro saluto, ricordi?”

“Che canaglia che sei!”

Manifestazioni d’amore.

La terra, lo smalto, la musica e le coincidenze, per quando decidi di lamentarti in capricci assordanti. I vestiti che non vuoi mettere, quelli estivi che vuoi indossare in inverno e quelli invernali che sostieni stiano meglio in estate.

“Ma Nene, perché si chiamano titoli di coda? Non hanno mica la coda!”

Quando ho guardato quegli occhi ho capito che ci saremmo ritrovate il mondo ai piedi, i nostri che sono sempre scalzi ma consapevoli. Qualcosa che ci mette sullo stesso piano, qualcosa come i punti di domanda frequenti, che ci piace frequentare tipo storia d’amore autentica. Nel parco giochi dietro casa bisogna avere un paio di scarpe comode per perdere il tempo di vista, qui possiamo giocare quanto vuoi sopra una melodia di pianoforte e tu se riesci prova a prendermi.

“Nene giochiamo insieme? Mi fai usare le tue cose? Me lo regali quando divento grande? Mi fai vedere cosa fai? Perché studi ancora? Mi compri quello? Combattiamo! Posso mangiare il riso giallo? Perché i cani non parlano? Perché devo andare a scuola? Voglio mamma! Mettimi la musica che ballo, guarda come ballo, Nene guarda come ballo bene. Yohohooo! Issate le vele.”

“Ale dai, andiamo a dormire, è difficile solcare i mari di notte.”

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