Banchi di nebbia

Non è mai tempo di nebbia.

Non si vede niente, allora l’istinto si fa strada attraverso la mano, toccando quella scala di grigi dall’umidità appiccicosa, quella che appanna qualsiasi canzone che passa in radio.

“Guarda che alla fine la nebbia ce l’abbiamo dentro.” Io la traduco come un piacere sottile, strisciante e non troppo felice, ma che in qualche modo fa stare male quanto fa stare bene. Controverso, come il cartello che hanno montato per segnalare il paese in cui vivo.

Piove e sono senza cappuccio. Cado scivolando su una pozza e mi sbuccio. Guidare in una notte fredda, in tangenziale tra banchi di nebbia. Erano meglio i banchi di scuola, lì i colpi di sonno erano frequenti ed ammessi. Poi però non ero ammessa io, latino insufficiente, ma alla fine cogito ergo sum e de gustibus non est disputandum, per una vita sufficientemente buona . Se gli occhi sono lo specchio dell’anima allora io ho la congiuntivite.

Mi sa che oggi è tempo di nebbia.

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