Aragosta alla piastra

Passo e chiudo.

Chi prima dorme poi si sveglia. Quelli che sembravano svegli, ora dormono. The Lobster e un’aragosta che se la vive male. Ma poi √® un bene. Cresce in un guscio troppo stretto, limitata da se stessa, tanto molle quanto dura. Lei impara dalle sue condizioni precarie¬†e non smette mai di crescere per¬†tutta la vita.

Qualcosa di rosso, amore o sofferenza. Nella notte, tocca pungente le dita dei piedi fino ad arrivare alle cervella. Guancia destra che affonda nascosta dai capelli sciolti su un cuscino. Corazza in una carrozza trainata da canti di sirena. Io mi ricordo di quei momenti in cui fingevo di vivere in un videoclip anni 90′, con¬†lo sguardo fuori dal finestrino di una vecchia Fiat Uno. Silenzi na√Įf. Il giubbotto che ancora non tolgo appena entro in casa.

“Non ti spogli?”

“Un po’ prematuro, non credi?”

Mi sono innamorata di quel pensiero. L’esame di cui non vai fiero, non paragonabile a quello che sostengo ogni giorno. Brief scomodo: il candidato rimanga a galla nelle profondit√† del suo inconscio. Screenshot. La pubblicit√† senza audio assomiglia a delle persone che conosco, nessuno pi√Ļ √® veniale¬†in un’eleganza conviviale: impugnare il flacone e introdurre delicatamente la cannula nel retto.

“Ma sta roba √® piccantissima”. I superlativi assoluti non mi piacciono. Le unghie si mangiano perch√© rilasciano un sottile piacere nello sfilare via¬†qualche strato, poi¬†si perdono¬†tra i denti come saliva che ci si passa, come bollicine recuperate da un calice di vino bianco. L’Italia e gli aperitivi. Gli aperitivi in Italia, nel tagliere trovi sempre qualcosa di piccante. La paprika nel barattolo mi fa pensare ad un deserto rosso, se ci entro mi sento intrappolata in una clessidra, correre ed inciampare, correre per raggiungere¬†una parete di vetro:¬†“Liberami!”¬†Mi ricorda la scena del bacio tra Jasmine e Jafar.

“La notte ti vengo a cercare.” Ok, ma non rimuovere gli elastici che bloccano¬†le chele dell’animale. L’aragosta¬†ha una forza considerevole e sar√† meglio evitare di farsi male entrandovi in contatto. Afferrala dalla coda mentre la immergi nell’acqua bollente. Infila l’aragosta nella pentola partendo dalla testa. Cerca di immergere l’animale il pi√Ļ in fretta possibile. Dopo otto minuti di cottura, lasciala raffreddare e con un colpo secco tagliala in due lungo il dorso. Mettila sulla piastra¬†con il guscio rivolto verso il basso. Ungi la polpa con olio, succo di limone, sale e pepe bianco e dopo cinque minuti rigirala.

Servi ben calda, in¬†un vassoio con coperchio acquistato su¬†Amazon a 39,90 ‚ā¨.

Chiudo e passo.

Oggi, duemiladodici.

Guardavo lui e dimenticavo il mio ruolo. Parlavamo in silenzio, del silenzio e di tanto altro. “Ruolo. Ma quale ruolo? Le etichette non fanno per noi.” Sorridevo come si sorride davanti ad un complice, nel posto sbagliato al momento giusto.

“…Precisamente tra diciotto anni i pianeti si allineeranno senza affanni…”

Quest’estate il sole calava velocemente per farmi correre, ed io, ero trafitta dalla luce che passava attraverso¬†gli alberi di quel viale. Cinque km di pensieri fluidi. Storta al piede sinistro, ho visto quel movimento riprodursi ad una velocit√† pi√Ļ lenta del reale. Provavo solo a superare me stessa.

“Perch√© sei sempre triste?”

“Ci sono sorrisi che non parlano di¬†felicit√†. Ci sono sorrisi tristi che a me piacciono. Qualcuno sa indossarli bene, io sono cos√¨.”

Torino-Montr√©al da ‚ā¨506. Prima non l’avrei mangiato nemmeno sotto pagamento, C’est juste une question de gouter¬†diff√©remment. “Quella t-shirt la vuoi? Tanto ormai ha perso colore, prendila tu, altrimenti io la uso come pigiama.” Le cose sbiadiscono¬†e questo ci da un motivo per metterle da parte, tipo lettere d’amore, tipo chat di WhatsApp archiviate.

Noi siamo solo semplici persone, ma quando lui saliva l√¨ sopra aveva gi√† vinto. Era il suo palcoscenico, combatteva per s√©, combatteva per me. Google Maps e “dove ti piacerebbe andare?” Voleva vivere in bermuda, con il sole sugli occhiali neri, la birra fredda e quei pacchetti di sigarette che gli scroccavo. Ubriaco e geloso. L’odore di canfora penetrava dai buchi di quei sedili in Alcantara. Mi ricordavano certe costellazioni che avevamo inventato. Le notti in cui faceva troppo caldo e facevamo troppo tardi, raccontavano di quanto ero la sua spalla. Con questa gireremo il mondo. Gira, punta il dito sul mappamondo, si ferma e poi casca, K.O. Fine dei giochi, fine del mondo. Il fine giustifica i mezzi, diceva.

3 gennaio: nei calendari lunari asiatici inizia l’anno del dragone.

4 marzo: Vladimir Putin viene rieletto in Russia.

13 aprile: KwangmyŇŹngsŇŹng-3, un satellite d’osservazione nordcoreano, esplode in volo subito dopo il lancio, la comunit√† internazionale condanna la Corea del Nord.

2 maggio: una versione de L’urlo di Edvard Munch realizzata in pastello viene venduta all’asta a New York per la cifra di 120 milioni di dollari, stabilendo un nuovo record mondiale per un’opera d’arte venduta all’asta.

5 giugno: secondo ed ultimo transito solare, in questo secolo, del pianeta Venere.

30 ottobre: La LucasFilm (la major che produsse “Guerre stellari”) √® acquisita dalla Disney per 4 miliardi di dollari.

“…Ma un piccolo monito giunge infine…”¬†

3 dicembre: allineamento di Mercurio, Venere e Saturno. Quell’inverno¬†la neve cadeva velocemente per non farmi correre, ed io, ero trafitta dal gelo che saliva¬†dall’asfalto di quella strada. Cinque passi¬†di pensieri nervosi. Storta al piede destro, ho visto quel movimento riprodursi ad una velocit√† pi√Ļ veloce¬†del reale. All’epoca, provavo solo a superare lui.

Banchi di nebbia

Non è mai tempo di nebbia.

Non si vede niente,¬†allora l’istinto si fa strada attraverso la mano, toccando¬†quella scala di grigi dall’umidit√† appiccicosa, quella che appanna qualsiasi canzone che passa in radio.

“Guarda che alla fine la nebbia ce l’abbiamo dentro.” Io¬†la traduco come un piacere sottile, strisciante e non troppo felice, ma che in qualche modo fa stare male quanto fa stare bene. Controverso, come il cartello che hanno montato per segnalare il paese in cui vivo.

Piove e sono senza cappuccio. Cado scivolando su una pozza e mi sbuccio. Guidare in una notte fredda, in tangenziale tra banchi di nebbia. Erano meglio i banchi di scuola, l√¨ i colpi di sonno erano frequenti ed ammessi. Poi per√≤ non ero ammessa io, latino insufficiente, ma alla fine cogito ergo sum e de gustibus non est disputandum,¬†per una vita sufficientemente buona¬†. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima allora io ho la congiuntivite.

Mi sa che oggi è tempo di nebbia.

Cose da nottambuli

“Dai, dormi con noi questa notte.”

Offesa. Sono giorni che lei è così. Prende il suo cavallo viola, quello dalla criniera rosa, lo accarezza facendolo trottare sulle tende, sulla scrivania, per poi metterlo a dormire in una mia scarpa.

Tornando dall’universit√†, trovo trappole minuziose. Costruite con ingegno e con l’intento di farmi inciampare. Sono opere architettoniche formate da fili tesi, intrecciati tra di loro, accompagnati da piccoli zuccherini¬†colorati, buttati a terra. Ci sono anche delle coccinelle di legno grandi quanto l’unghia di un mignolo, il suo.

Talloni morbidi sobbalzano¬†sul marmo freddo. “Ale, non correre che √® tardi.” Il nostro tardi √® veramente tardi, vista l’inclinazione della mia famiglia ad essere nottambuli anarchici. La tv √® sempre troppo alta, la torta si cuoce verso le 23:30 e l’asciugatrice finisce all’ 1:00.

Alessia ogni sera, sempre la stessa storia: a toni alti e con piede di guerra vuole fare la lotta. Mani in posizione Karate kid, lo sguardo basso e quei capelli lunghi che offuscano l‚Äôespressione di sfida. Lei si esprime cos√¨, un secondo forse due ed √® pronta all‚Äôattacco. Quattro anni e una forza che recupera dal suo piccolo mondo fatto di energia rinnovabile. Mi dice che “mi fa stacco” perch√© quando torno a casa devo sempre studiare e non posso giocare con lei. Poi ha sentito del mio progetto che prevede la partenza¬†per il Canada, quindi adesso io “sono solo brava ad andarmene.” Conquistare qualcuno non √® facile, ma riconquistarlo √® ancora pi√Ļ difficile. Abbiamo comprato un letto matrimoniale a soppalco, in quel letto non ci dorme mai nessuno, ma √® diventato il suo tempio indiscusso. Lei si sente una musa, attorniata da pupazzi dai nomi assurdi.

‚ÄúAle, posso giocare con te?‚ÄĚ

‚ÄúNo! Vai via.‚ÄĚ

‚ÄúDai Ale, perch√© mi rispondi cos√¨?‚ÄĚ

‚ÄúNene, lasciami in pace.‚ÄĚ

‚ÄúQuindi non vuoi fare la guerra? Va beh‚Ķcomunque peccato, io avevo due personaggi molto belli che non hai mai conosciuto. Loro potrebbero cavalcare i tuoi cavalli.‚ÄĚ

Il suo stupore si fa notare dagli occhi sgranati e la bocca aperta. Ma ancora non mi accetta, niente da fare.

‚ÄúOk, allora vado a dormire.‚ÄĚ

Dopo mezzo secondo: ‚ÄúIiiiiih!‚ÄĚ

‚ÄúHo sentito un cavallo o sbaglio?‚ÄĚ

Quella furba sta l√¨ seduta, mi guarda dall’alto al basso con le braccia conserte e l’aria di superiorit√†: ‚ÄúTu e i tuoi personaggi potete salire qua sopra solo se mi portate delle caramelle gommose, una scarpetta azzurra e la spazzola piccola.‚ÄĚ

‚ÄúAgli ordini Musa.‚ÄĚ

Con i personaggi tra le mani, inizio¬†a girare per casa cercando¬†tutto il materiale richiesto: trovo una caramella gialla e una rossa, la scarpetta azzurra, ma la spazzola piccola non √® al suo posto. Pensa, pensa…la cesta dei giochi! Trovata! Quindi corro¬†in camera, piede sul primo scalino di legno, lei non molla e rimane a fissarmi con la stessa faccia di chi lavora alle dogane, la stessa di chi non si fida e ti sfida.¬†

Speranzosa tiro fuori il malloppo.

‚ÄúOk sorella, per questa volta puoi salire.‚Ä̬†

Ti odio e ti amo

Tanto si giudica da sola, mezza nuda in una mezza notte, di una mezza stagione; in quelle lenzuola piene di briciole che prova a sbattere via, ma che si incollano sul suo corpo sudato. Pensa che qualcuno goda dei suoi insuccessi, così per sfida, prova a togliere tutti quei pezzi di fallimenti. Stuzzicadenti.

Mi dice che non vuole solo brillare, lei sente di svoltare, vuole scoppiare tipo scintilla, ama giocare e spesso prova a bestemmiare. Passa molte sere a leggere riviste straniere, ma si ritrova a guardare mille serie, che non finisce mai¬†e che dimentica in fretta. Accende la tv, apre il frigo quasi vuoto e trova del tiramis√Ļ. D√©j√† vu.

Il ginocchio le fa male, ormai da un pezzo. Disdice ogni visita medica, dice che non si fida della gente che la giudica. Entra nel bar sotto casa, sorpassa il bancone, varca la porta con il¬†cartello arancione: Off limits.“Qualcosa di forte.”¬†Spritz.

Vuole solo felpe con tasche larghe, per rovistarci dentro, tipo guance del criceto con i semi di girasole. Respira gas incolore, mentre io guardo il mondo attraverso il suo dilatatore. Oblò. Le sue dita affondano tra cuffie bianche, consumate, ormai gialle. Carte di caramelle al limone e del tabacco secco da recuperare. Pueblo.

E non apre mai le finestre dopo la notte, le verdure le fa sempre scotte, invita gente sconosciuta e offre roba scaduta. Ma poi sorride quando tutto va storto, mi prende in braccio dandomi conforto. Risorto.

Lei √® un accento, un accanimento senza tempo.¬†“Non lo so, ma sento che accade e mi tormento“.

Caffè nero.

Le luci basse, la cena finita e l’odore di fumo.

“Senza zucchero, grazie.

Il cucchiaino lo voglio ugualmente però, mi piace girare il caffè.

Potresti aprire¬†la finestra, per favore? Deve entrare Mr. Blues.”

Si muoveva seducente, pronto ad attirare qualsiasi attenzione. Sensuale e identico alla cera che colava lenta sul parquet. Ballava¬†a ritmo di vita, si sapeva comportare ed era l’unico che voleva farsi vedere.

C’era una volta Mr. Blues, completamente nero. Fu un¬†gusto molto¬†amaro quello.

“I’m talkin’ to the shadow
One o’clock till four
And Lord, how slow the moments go
And all I do is pour
Black coffee
Since the blues caught my eye
I’m hangin’ out on Monday
My Sunday dreams to dry.”

Ipnotizzava la gente mentre sorseggiava del Patr√≤n. Prima di entrare dalle finestre¬†raccoglieva le piante, quelle sui balconi, piene di smog; le arrotolava in piccoli pezzi di carta e le fumava mentre muoveva¬†i suoi fianchi. Da lento a veloce, da lento a pi√Ļ lento, per poi fermarsi come la cenere che si appoggia¬†sul pavimento. Ah Mr. Blues! Che la notte appariva irriverente, si svuotava le tasche e dava spettacolo sulle tovaglie di sconosciuti, in case a numeri pari.

“Passami quelle caramelle gommose.

Mr. Blues le apprezza perché gli ricordano le meduse nel mare, quelle che pulsano a ritmo di un tamburo voodoo.

Mr. Blues lo sfrontato, lui compare e scompare nel tempo di un caff√® nero.”

 

L’isola delle canaglie

“Aspettiamo un figlio.”

“Come un figlio? Cio√® mi state dicendo che io aspetto una sorella o un fratello, ma come √® successo?”

“Irene non pensavamo, a diciotto anni, di doverti spiegare come accadono¬†queste cose.”

“Ma no dai!! Nel senso, che avete 40 anni siete fuori! Sono troppo contenta! Giorgia, mamma diventa mamma un’altra volta!”

Quel corpo troppo fragile mi suggeriva di imparare nuove canzoni per notti bianche e di guardare meglio i cartoni animati mentre si¬†scende a compromessi. Si vedeva gi√† che¬†lei era testarda, nei pomeriggi passati a crescere insieme: in casa, in cortile, tra la merenda nel letto e nelle pagine strappate di un mio libro. Sentirti nelle chiamate tra pollice e mignolo, mignolo come le nostre piccole ma grandi promesse. “Pi√Ļ stringi forte il dito, pi√Ļ la promessa ha valore.” Piedi scalzi, troppo freddi e in punta per non fare rumore, le scarpe al contrario, passi avanti. Atterrata¬†nelle mie mani usate per carezze timide e per ritagliare cartoncini colorati pieni di colla. Trovarsi per perdersi e cercarsi tra numeri disordinati, giochiamo a nascondino con una benda sull’occhio.

“Giochiamo a mosca cieca. Tu fai la mosca e io la cieca!”

Tonalità di giallo scuro, rosa e blu, il balcone sorvolato da rondini che fingiamo siano gabbiani e tu che urli e ti sbracci come se loro potessero sentirti. Loro ti ascoltano.

“Ale, dammi un bacio!”¬†

“No Nene, abbiamo il nostro saluto, ricordi?”

“Che canaglia che sei!”

Manifestazioni d’amore.

La terra, lo smalto, la musica e le coincidenze, per quando decidi di lamentarti in capricci assordanti. I vestiti che non vuoi mettere, quelli estivi che vuoi indossare in inverno e quelli invernali che sostieni stiano meglio in estate.

“Ma Nene, perch√© si chiamano titoli di coda? Non hanno mica la coda!”

Quando ho guardato quegli occhi ho capito che ci saremmo ritrovate il mondo ai piedi, i nostri che sono sempre scalzi ma consapevoli. Qualcosa che ci mette sullo stesso piano, qualcosa come i punti di domanda frequenti, che ci piace frequentare tipo¬†storia d’amore autentica. Nel parco giochi dietro casa bisogna avere un paio di scarpe comode per perdere il tempo di vista, qui possiamo giocare quanto vuoi sopra una melodia di pianoforte e tu se riesci prova a prendermi.

“Nene giochiamo insieme? Mi fai usare le tue cose? Me lo regali quando divento grande? Mi fai vedere cosa fai? Perch√© studi ancora? Mi compri quello? Combattiamo! Posso mangiare¬†il riso giallo? Perch√© i cani non parlano? Perch√© devo andare a scuola? Voglio mamma! Mettimi la musica che ballo, guarda come ballo, Nene guarda come ballo bene. Yohohooo! Issate le vele.”

“Ale dai, andiamo a dormire, √® difficile solcare i mari di¬†notte.”

L’uomo di default

Dopo una serata passata insieme:

“Il tuo profumo mi √® rimasto sui vestiti, non voglio pi√Ļ toglierli.”

‚ÄďCane da fiuto.

Quella sera ballava tra note troppo alte e veloci. La pioggia cadeva sul suo cappotto nuovo che non voleva portare in tintoria e i pensieri risultavano¬†pi√Ļ scombinati dei suoi capelli. I sorrisi¬†strusciavano vicino a¬†panchine sulle quali non ci si poteva sedere. Il mio sguardo¬†cadde su di lui pi√Ļ volte e per tante altre, lo immaginai sdraiato sul letto, quello di un’ipotetica casa disordinata con i piatti ancora da fare, perch√© quelli di plastica sono finiti. Le tende, sempre le stesse e i quadri che cambia ogni mese perch√© trova che siano¬†vecchi ed √© sicuro che pu√≤ fare di meglio. La barba incolta, i calzini spaiati e i denti superiori che mordono il labbro inferiore, carnoso come non mai, come quella sera al parcheggio del Carrefour:¬†“Questo √® il pompino migliore che io abbia mai ricevuto.”¬†Amen!

Passare anni per poi “Non volevo ferirti.” Comprare un cane, comprare un gatto, comprare qualcosa che ci si pu√≤ permettere come le vacanze italiane o quelle europee e poi finire a casa della nonna.

“Io lo sapevo e ora chi guarda gli animali?” ¬†Sapeva di tono saccente. Quella volta:¬†“Minchia ma tu sei malata! Hai un culo pazzesco e le tue labbra mi mandano fuori.” Sapore di ipocrita iterativo. Sei ingrassata troppo, sei dimagrita tanto. “Chiedi a tua mamma come si¬†cucina. Altrimenti questa sera cena fuori, ma niente roba etnica¬†che poi mi rimane sullo stomaco.”¬†

La musica classica di Camille Saint-Sa√ęns e lo¬†spreco di acqua:“Fai finta¬†di essere in Sicilia!”¬†Nella mia testa la sigla del suo cartone animato preferito, il suo corpo che quella sera sputava una¬†luce dissacrante e le vene del suo braccio che scendevano pulsanti fino alle nocche della¬†mano.

Qui si parla di investimento sentimentale dal:¬†“Tra noi c’√® un’intesa particolare” al:¬†“Tutto intorno a te.”

Entrare nel bagno e non trovare la schiuma da barba, notare che ha rubato la lametta¬†e incazzarsi perch√© anche il deodorante √® in comune. I ricordi ingenui dell’asfalto rovente, che scorre sotto le ruote di vecchie biciclette e i pantaloni corti, quelli che ci si presta per non ridarsi pi√Ļ, quelli adatti a¬†sbucciarsi le ginocchia:¬†“Ma guarda che non mi sono dimenticato!”¬†Amici come prima. Giocare a nascondino tra il: “Non voglio perderti” ed il: “Era meglio non trovarti.”¬†Che poi lui √® uno riservato ma espansivo, a conferma di¬†un sottile bipolarismo congenito. Le convenzioni sociali “Con te non ho maschere.”¬†Grazie al cielo, pensavo fossi un ragazzo abbastanza alla moda, con uno spiccato senso dell’umorismo, che guarda Netflix e pensa¬†che Zanzibar sia il posto migliore¬†dove trascorrere la luna di miele.

I tempi dell’et√† moderna, quelli del:¬†“Mi fai sorridere come uno scemo.”¬†

Giullare di corte da tono servile: “Scendi mio amore, che sono sotto ad attendere.”

“Adesso aspetti, mi prendo almeno dieci minuti.”

Nessun dorma

La notte non riesco a dormire. Spesso cado in uno stato d’insonnia produttiva. Penso seriamente a tante cose, non connesse da filo logico, ma le arrotolo¬†e ci penso. Penso tipo a quel risotto consigliato dallo zio chef di S. con zucca e amaretti, quella sera mi sono¬†sciolta in un orgasmo palatale. Roba da salivazione eccessiva e occhi leggermente girati.

Oggi sul 4, quell’odore mi ha ricordato mia zia. Quelli erano tempi di voci alte e sigarette accese dai fornelli, erano i tempi dei suoi capelli neri. Il caff√® della moka era pessimo, ma non l’avrei mai rifiutato.

Se giro la testa vedo formichieri bianchi su coperta color senape. Senape, senape, giallo! Tipo la maglia di A. le stava bene quel colore, la rendeva soddisfatta, lei gesticola spesso tenendo l’indice e il medio uniti. Non vedo l’ora giuro. Non vedo l’ora di ascoltare i vinili di Charles Bradley, imprecare davanti alla cena bruciata e sorridere ordinando del sushi mediocre. “Senti, tu a me non dici cosa devo fare, ok ragazzina?”

Idea per immagine coordinata, idea per manifesto, idea per la cena di questa sera. Si riduce il tutto in cose scontate come le barbabietole da zucchero per la geografia, che a sto punto, meglio le zuccherietole da barba anche se mi sembrano una trovata marketing. Roba da hipster.

Donald Trump, l’Isis, i luoghi comuni. San Salvario, Santa Giulia, Piazza Vittorio. Lui ha visto lei leggere quel libro, non leggere il titolo, non farlo! Poi va a finire che leggi lei. Leggerezza e pesantezza, pesantezza e leggerezza. Milan Kundera, le mie sorelle, una che cammina sbattendo i talloni e l’altra che salta sul letto.

Dall’ultima febbre che ho avuto mi pare di non sentire pi√Ļ tanto bene gli odori e perdo spesso sangue dalla narice destra. Anche se l’altra sera, nella sua macchina, mi √® uscito da quella sinistra. Mi hanno consigliato di metterci del cotone imbevuto di acqua ossigenata, anche se poi frigge. Dovrei comprarla perch√© quella che avevo l’ho regalata a lui. Sanguinava come me e io come lui. Sanguinavamo, lui da un taglio e io dal naso, mi ha sporcato le Nike.

Sono le 3.00, sveglia alle 9.00. Sono le 9.00, sveglia alle 3.00. Posticipa tutto: impegni, desideri, design, zenzero candito, l’aereo, la lavatrice e la risposta al commento di annelisaleinbach su Instagram. Finalmente il telefono √® carico, odio rimanere costretta al caricatore, tipo cane al guinzaglio, ma quando la batteria √® sotto il 20: zona rossa! Condivido la camera con mia sorella, la bottiglia dell’acqua per la notte con mia sorella, il piacere per il trash e anche il caricatore.

“Gio, a quanto hai il telefono?”

“18% Ire!”

“Io al 10. Ho diritto a¬†metterlo sotto carica.”

“Si ma muoviti che devo uscire.”

Mi sono resa conto di aver perso un raccoglitore di francobolli asiatici, tante maglie e una volta anche una tartaruga. Mai pi√Ļ trovata. I miei genitori manifestano il loro amore dividendo la frutta. “Fai a met√† con me?” Una volta avevo dei genitori fumatori “Ce la smezziamo?”

Gli amaretti stanno ai dolci come Irene sta alla pace. Gli amaretti sono dolci e Irene significa pace. Mia sorella la notte mi abbraccia sognando il suo ragazzo. Io invece, immagino che al posto suo ci sia tu.

Hic et nunc, ultimamente esistiamo.

Discorsi diretti e mani fredde

“Pronto?”

“Ciao.”

“Ciao. Come stai?”

“Fa freddo e ho le mani e i piedi congelati. Mi sento depressa, vorrei solo guardare un film francese, con una tisana allo zenzero e quei biscotti al cioccolato e avena¬†che hai assaggiato lo scorso weekend, qui a casa mia. Perch√© non sei a casa mia? Meglio cos√¨ forse, tanto ho solo voglia di stare sola.”

“Dato che sei cos√¨… se vuoi ti lascio in pace, almeno¬†fai tutte queste cose.”

“Si.”

“Allora non vuoi che ti tenga compagnia, giusto?”

“No, ho detto di no! Bhe forse si. Sei bello comunque, vorrei le tue mani calde in questo momento, magari sulle mie che come ti ho gi√† detto sono fredde.”

“Magari i tuoi problemi di circolazione ti danno alla testa.”

“Magari le mie mani hanno solo un fottuto bisogno delle tue.”

“Ma le tue sono fredde, non le voglio addosso.”

“Giuro che stacco il telefono!”

“Dai scherzo scema, ti voglio addosso pure quando ci sono 40¬į.”

“Comunque prima ero solo nervosa, mi sono venute in mente cose che non riesco a fare, altre che vorrei fare e poi mi devono arrivare.”

“Non ci girare intorno!”

“Ma se sono ferma.”

“Si lo so, sei troppo ferma. Tu mi fai stroppiare! Si dice stroppiare o storpiare?”

“Stroppiare √® una variante popolare, ma comunque quello che hai detto non vuol dire niente.”

“Ma la smetti di puntualizzare?”

“Stroppiare, puntualizzare, are, ere, ire.”

“Dai Ire…”

“Ok la smetto. Mi stavo divertendo per√≤.”