storcere il naso

“Driin!”

“Si, chi è?”

“Scendi, sono sotto.”

_

Con il dito puntato: “Ma che cazzo sono quelli?”

“Ma cosa queste? Sono rose!”

“E no dai, i fiori no!”

Una voce nella mia testa suona inquisitoria: “Irene, non essere scortese.” Rispondo a quell’accusa: “Abbi pazienza, ma con lui non ci esco, tutto ma non i fiori!” 

Ci sono tante cose che mi fanno storcere il naso e i fiori sono una di queste. Non vanno regalati! Sono belli da vedere: nei prati e nei film. Esistono piaceri che per me sono sempre stati tremendi fastidi. Non mi è mai piaciuto possedere delle bambole o giocare con troppi bambini, trovo assurdo il rigore maniacale nell’apparecchiare la tavola per gli ospiti, non mi piacciono i cavalli e nemmeno i cani; con questa affermazione so di essermi firmata una condanna a morte o un bel posto tra le fiamme ardenti degli inferi. Mi hanno sempre fatto sorridere le cose che in linea generale non piacciono, tipo quando qualcuno perde i capelli e se li ritrova sui vestiti, sul cuscino o nel tappeto del bagno. Le punture di zanzara sulla pelle, quelle con le croci sopra, ancora oggi mi chiedo se rimane un rimedio popolare incidere con le proprie unghie, una bella X placa prurito.

Osservo con attenzione la tonalità dei lividi e lo smalto imperfetto, quello rovinato dal tentativo di migliorarlo. Quest’estate mi sono innamorata di un gatto che nessuno voleva perché soffriva di eterocromia, l’ho chiamato Paco, aveva un occhio blu e uno verde. Storia breve ma intensa. Una cosa che mi piace da morire è quando, dopo la doccia calda, rimango a guardare il mio corpo informe muoversi dietro allo specchio appannato e aspetto ad accendere l’asciugacapelli, per evitare che il vetro torni nitido.

“Senti non per qualcosa ma non posso uscire con te. Mi dispiace.”

“Ma è per i fiori?! Non stai bene lo sai?”

“Sì è per i fiori ma non solo per quelli, nel senso che sì ne sono consapevole di non stare bene, ma grazie lo stesso, guida piano mi raccomando eh! Ciao.”

Storco il naso così tanto da non poter quasi respirare. Lo faccio per evitare di annusare fiori comprati, mettere i bicchieri simmetrici ai piatti o accarezzare cani, ma lo storco proprio perché mi ritrovo sempre più in tutti quei capelli che perdo ogni giorno.

Occhiali rossi

Così rossi, così accesi ammetto che sono stati una scelta poco ponderata; mi piaceva il fatto che fossero grossi, importati dalla Spagna e un pugno nell’occhio. Li ho scelti perché nonostante tutto stavano bene sul mio viso ma ancor di più si appoggiavano bene sul mio naso, parte del corpo che con la crescita ha preso una conformazione piuttosto particolare. Particolare, perché nel suo quasi piccolo riesce a crearmi grandi dubbi riguardo le mie origini italiane e mi porta a fantasticare su una presunta parentela, magari in una sgargiante città indiana come Rajasthan, che ha il sapore di zafferano, menta e limone.

Foto di me da bambina evidenziano bene il taglio degli occhi, un atteggiamento scomposto e il mio viso sempre sostenuto. Guardandole penetra evidente il fatto che mi sentivo più un bambino che una bambina e ancora oggi i miei lineamenti molto femminili stridono con il mio carattere. Comunque il mio naso non era il mio naso perché era piccolo e grazioso e inoltre non portavo occhiali da vista, piacevo sicuramente di più a tutti.

“Comunque non è male…”

“Come scusa?”

“No dico, non è poi così male il tuo naso”

“Grazie al cazzo è il mio naso!”

Cresciuto lui, cresciuta anche io. L’ho presa come una sfida personale, ha cambiato il mio aspetto puerile, il mio profilo e anche le mie foto e quindi ho deciso di metterla così: voglio occhiali pronunciati, saluti da indiani che mi scambiano per indiana, persone a cui piaccio meno e baci scomodi.

Mi si dilatano le narici quando sono nervosa, annuso le bottiglie prima di bere e ad un minimo sbalzo di temperatura mi si congela sempre la punta del naso.

Il mio naso è il mio naso ed è un naso indiano.